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Le discipline cristianistiche
nello studio, tutela e valorizzazione dei beni culturali
Il cristianesimo e le chiese cristiane, innestandosi e irradiandosi nello spazio ecumenico della civiltà ellenistico-mediterranea, sono stati uno tra i più importanti fattori di trasformazione e di trasmissione delle esperienze culturali sociali e istituzionali del mondo antico all’Europa moderna, nell’articolata unitarietà delle sue espressioni etniche linguistiche e confessionali, e nella tensione universalistica che negli ultimi cinque secoli ne ha consentito una proiezione effettiva (militare, economica e scientifico-tecnologica) su scala mondiale. Anche gli sviluppi più recenti, tutti all’insegna dell’emancipazione dai fondamenti dell’antica eteronomia sacrale, non possono comprendersi storicamente se non alla luce di una presa di distanza ma anche di una deriva intrinseca alla matrice cristiana in cui e da cui quegli sviluppi si sono generati nella dinamica della secolarizzazione. La copiosa eredità dell’Europa cristiana – oggi individuabile non tanto nelle sue espressioni giuridico-istituzionali quanto, semmai, in un complesso retaggio di mentalità, di emergenze urbanistiche e monumentali, e di un immenso lascito documentario di testi e di immagini – costituisce pertanto uno dei cardini su cui impostare quel confronto interculturale e interreligioso che sembra caratterizzare l’attuale dinamica delle società postmoderne.
Proprio alla luce di questi esiti contemporanei si manifesta l’importanza di una presa di coscienza storico-critica dell’impatto decisivo del cristianesimo e delle chiese cristiane nella vicenda storica universale fin dai primi secoli della nostra èra. È una consapevolezza radicata agli albori della coscienza europea, come rivela sintomaticamente il fatto stesso che fin dall’alto Medioevo misuriamo la nostra storia secondo il metro rivoluzionario del calendario cristiano.
Garanti di una rigorosa impostazione scientifica degli interrogativi e dei problemi conseguenti a tale prospettiva critica dovranno essere sí gli strumenti tradizionali di analisi storico-filologica e storico-religiosa, che negli ultimi decenni hanno registrato straordinari progressi nelle metodologie di osservazione, classificazione e interpretazione delle variegate fenomenologie già ricomprese sotto la prestigiose ma ora non più fungibili insegne della storia ecclesiastica. Ma nello studio, e nella conseguente tutela e valorizzazione del patrimonio culturale ereditato dalla civiltà dell’Europa cristiana, appare sempre più irrinunciabile un approccio pluridisciplinare, che sappia valorizzare e integrare alla tradizionale prospettiva storico-letteraria, storico-religiosa e storico-artistica – pur sempre punto di convergenza e momento di sintesi di ogni futuro discorso scientifico ma anche di un’opportuna esigenza di fruizione e divulgazione più ampia dei risultati della ricerca accademica – gli apporti metodologici di aree disciplinari fino a non molti anni fa ritenuti marginali (archeologia, antropologia culturale), ausiliari (discipline di analisi, catalogazione e decifrazione del documento scritto e figurato) o addirittura estranei (chimica, fisica e discipline del restauro) al classico impianto epistemologico delle ricerche umanistiche e dei corrispettivi statuti accademici e programmi didattici.
Lo specifico (e determinante) approdo delle discipline cristianistiche e storico-religiose a uno studio dei beni culturali si esprime così, innanzi tutto, nella convergenza fattiva e nella integrazione sinergica con ambiti scientifico-disciplinari costitutivamente sensibili alla valutazione del documento-monumento anche alla luce delle sue irriducibili componenti materiche, formali, visive e performative. Ciò che peraltro consente all’analisi storica, e storico-religiosa in particolare, una più affinata coscienza di quanto fossero inadeguate le tradizionali articolazioni dialettiche, a base deterministica, tra cultura spirituale (o letteraria) e cultura materiale. D’altra parte, anche una mera decifrazione dei soggetti, dei temi e dei personaggi storici, biblici, mitici e folklorici rappresentati e veicolati dagli scritti, dalle immagini, dai monumenti e da qualsiasi altro supporto segnico che sia stato trasmesso in maniera casuale o deliberata dai secoli passati si fonda sull’apporto determinante delle discipline cristianistiche (storia del testo biblico, storia dell’esegesi, storia della teologia, storia del monachesimo e della spiritualità, storia della mentalità religiosa, agiografia, liturgia, omiletica, storia delle istituzioni ecclesiastiche, storia del diritto canonico, ecc.). E inoltre, gli uomini e gli organismi facenti capo alle chiese e alle istituzioni ecclesiastiche, o che comunque riconoscevano ed affermavano la propria identità singolare e collettiva attraverso un qualche riferimento a temi e motivi della storia e del culto cristiani (dal papato agli ordini religiosi, dalle confraternite devozionali alle élites aristocratiche e militari, dalle istituzioni comunali alle monarchie nazionali e universali, dai patriziati urbani alle congregazioni regolari); ebbene, tutti costoro, per almeno quindici secoli, in maniera diretta o indiretta, furono i principali se non gli esclusivi committenti (quando non direttamente autori o artefici) di testi scritti e di oggetti figurati per ciò stesso espressione e documento dell’egemonia e della centralità delle coordinate cristiane nella cultura europea dal Tardoantico al Settecento.
Pertanto, se lo studio e l’insegnamento della storia del cristianesimo e delle chiese cristiane è indispensabile alla conoscenza della storia d’Europa nelle sue strutture istituzionali e nelle sue dinamiche politiche sociali e culturali, esso si rivela decisivo per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio monumentale, archivistico-bibliografico, storico-urbanistico e storico-artistico dell’età tardoantica, medievale e moderna.
Le Facoltà e i corsi di laurea in Conservazione dei beni culturali, che negli ultimi anni si sono costituiti sulle fondamenta di questa nuova coscienza epistemologica, hanno potuto così tradurre una proficua integrazione degli ambiti scientifico-disciplinari in una pluralità di percorsi didattici, i quali riflettono sia la peculiarità degli oggetti di studio (beni archeologici, beni archivistico-librari, beni storico-artistici e musicali) sia l’esigenza di una loro articolazione in gradi diversi di approfondimento e specializzazione (diplomi, lauree di primo e secondo livello, masters) in rapporto alla sempre più forte richiesta sociale di formazione di nuove figure professionali addette alla tutela e alla preservazione del patrimonio culturale, anche di quello – in Italia assolutamente preponderante – specificamente ecclesiastico.
Ravenna, 4 luglio 2005
Alba Maria Orselli
Luigi Canetti
Elisabetta Marchetti